Fulgida e travolgente, Levante entra nell’Olimpo degli dei. Il varco d’ingresso è il Mediolanum Forum di Milano

Levante

Claudia Lagona, in arte Levante, protagonista al Mediolanum Forum di Milano. Il primo show nel palazzetto dello sport più famoso d’Italia unisce tutti i puntini dei cardini esistenziali e artistici della cantautrice. Forte e travolgente ma anche fragilissima e delicata, Levante racchiude un prisma di caratteristiche tali da renderla unica e forse per questo inimitabile. Grintosa, coloratissima, sensuale prima donna della serata, Levante non perde mai di vista i suoi fidati musicisti ai quali aggiunge una corposa sezione di archi per donare un’aura eterea e sognante alle sue canzoni. In scaletta ci sono praticamente tutti i singoli nonché i brani pubblicati nell’ultimo album di inediti “Magmamemoria”. E non mancano le sorprese. Anche grosse. Stiamo parlando del duetto di Levante con Gianni Morandi sulle note di un brano iconico come “Vita” ma anche del momento strappalacrime in cui l’artista invita sua madre a cantare insieme a lei, esattamente come era avvenuto nel 2015, la dolce poesia d’amore “Finchè morte non ci separi”. La carrellata di ospiti si chiude con l’arrivo di due fuoriclasse made in Sicily quali sono Colapesce e Antonio Di Martino con cui Levante canta “Lo stretto necessario” per una nuova versione di una hit che ci aveva emozionato con il feat di Carmen Consoli.

Per chi conosce Levante dagli esordi può forse immaginare cosa possa aver significato arrivare a questo tipo di traguardo professionale. Mangiapalchi da sempre, Claudia non ha mai lesinato chilometri e avventure nuove, sconosciute, lontane anni luce dal suo immaginario primigenio. L’istinto l’ha guidata dandole la forza, il coraggio e l’ardore di mettersi in gioco non solo sui palchi, ma anche in ambito letterario, televisivo e beauty. In ogni contesto Claudia ha sempre scelto di metterci la faccia senza mai omologarsi ed è per questo che nel tempo il pubblico che si è costruita ha imparato ad amarla a fondo e senza riserve.

Ed ecco i puntini riuniti, quelli di una linea mai troppo precisa, a volte interrotta ma subito ripresa. Tratti ora forti e marcati, ora deboli e a malapena visibili ma sempre pronti a tracciare un segno indelebile.

Levante per il suo show dei sogni parte dalla radici, dai video della sua primissima infanzia, ci dimostra di essere rimasta fedele e coerente a se stessa. Ci manda un messaggio chiaro e incontrovertibile: eccomi, questa sono io che vi mostro la mia essenza e così è. E allora via: Magmamemoria, Le lacrime non macchiano, Non me ne frega niente, Maledetto cantate una in fila all’altra senza sosta e senza riprendere fiato per non emozionarsi troppo di fronte a un pubblico caldo, presente, partecipe.

Vorrei dirvi tante cose ma penso che continuerò con la musica. Grazie tutto questo è pazzesco” riesce a dire ad un certo punto Levante dall’alto dei vertiginosissimi tacchi sui quali salta e corre come se fossero sneakers.

Levante ph Kimberley A.Ross

Levante ph Kimberley A.Ross

Rancore, Regno Animale, Ciao per sempre, Se non ti vedo non esisti, Cuori d’artificio, Saturno, Sbadiglio, Memo, L’ultima volta che ti dimentico, Il giorno prima del giorno dell’inizio non ha mai avuto fine si susseguono una dopo l’altra mettendo in luce lo struggimento, la potenza semantica e simbologica di parole, movenze e reminiscenze che non possono e non vogliono trovare una collocazione definita e stringente.

L’atto di fede si compie poi al centro del parterre: Levante imbraccia una chitarra senza fili, chiude gli occhi e riunisce tutti in un canto d’amore collettivo sulle note di Abbi cura di te. Un manto di occhi luminosi ad avvolgerla mentre tutto intorno c’è incanto e stupore.

Reali, Duri come me, 1996 La stagione del rumore, Bravi tutti voi Andrà tutto bene,, Antonio, Gesù Cristo sono io, Lo stretto necessario, Pezzo di me, Alfonso scandiscono l’ultima parte dello show molto movimentata e ballereccia. Dopo la presentazione della band, il colpo finale: Arcano 13 al pianoforte. Una manciata di semplici accordi in 4/4 e pochi versi per una canzone che riesce a toccare le corde più intime del cuore e le vette più alte del cielo. Il battesimo pagano è avvenuto, benvenuta Levante nell’Olimpo dei dei.

Raffaella Sbrescia

Tiziano Ferro guerriero del pop in “Accetto miracoli”. Intervista

Tiziano Ferro

Esce il 22 novembre 2019, il nuovo album di inediti di Tiziano Ferro. Composto da 12 tracce, il disco mette in luce la nuova vena creativa da parte del cantautore che, per questo lavoro, ha ottenuto la produzione del guru del sound R&B americano Timbaland. Già dal primissimo ascolto appare evidente la forte volontà di mettersi in gioco, di raccontare l’intimità più dolorosa, più scomoda, più intima e personale. Fa impressione notare come dopo 18 anni di carriera, Tiziano Ferro scelga ancora di dare fondo alle emozioni senza timori. Lui, uomo pop per eccellenza, si conferma sempre più cantautore dell’umanità nel senso letterale del termine.

Qui le sue dichiarazioni in conferenza stampa.

Mi sembra di rivivere le stesse emozioni vissute nel giorno dell’uscita di 111. Era Milano e c’era un disco nuovo in uscita. Oggi rieccomi qui, non potrei essere più felice ed emozionato. A maggio 2018 è iniziato un percorso che ha cambiato completamente le carte in tavola. Questo album è testimone di un cambiamento totale, radicale, totalizzante. Tutto è diverso. Mi sono ritrovato a vivere in California senza sceglierla. Non amavo questo posto, ho imparato a scoprirlo e farmi abbracciare. Se tre anni fa mi avessero detto che mi sarei sposato e che avrei lavorato ad un disco con Timbaland, non ci avrei neanche lontanamente creduto. Vi racconterò per gradi com’è andata in entrambe i casi.

Mi sono trovato quasi per caso a prendere un caffè con Timbaland, uno dei miei idoli fin da quando ero un ragazzino. L’idea di andare a conoscerlo mi gasava, da quell’ incontro sono uscito non solo con un caffè ma anche con una canzone prodotta da lui e una sua proposta di collaborare insieme ad un progetto più completo. Questo passaggio ha significato uscire dalla mia comfort zone e dall’ abitudine di lavorare con le stesse persone da 18 anni. Mettersi in gioco a quasi 40 anni e farlo con un guru come Timbaland mi ha costretto a rimettermi in gioco da alunno con tutto da perdere. Avevo bisogno di questo processo per rinverdire la mia creatività. Lavorare con lui mi ha spinto a ripropormi da zero, Timbaland doveva capire come canto, chi sono, cosa voglio, cosa cerco e cosa desidero comunicare. In ogni caso abbiamo parlato poco, abbiamo fatto principalmente musica. Mi ha fatto sentire protetto e questa microcrisi iniziale si è trasformata in un’opportunità di crescita creativa. Per questo motivo vi dico molto schiettamente che sono molto soddisfatto di questo lavoro. Tra gli aneddoti che mi piace sottolineare è che c’è un gesto d’affetto che Timbaland ha fatto nei miei riguardi. Alla fine del disco, in “Accetto miracoli”, un brano che non ha niente a che vedere con il suo repertorio, ha usato una drum machine 808. Quel momento mi ha fatto capire che con la musica si può ancora giudicare anche dopo 20 anni di carriera. Dirlo oggi, mi vede chiaramente in una posizione di vantaggio ma per me è stata una bella lezione.

Sapere con un anno di anticipo che questo disco diventerà un tour, già molto atteso, che ha venduto tantissimo, mi riempie di felicità e di orgoglio. Ho il terrore di crollare nell’abitudine anche se sono molto lontano dal farlo. Ho iniziato l’attività live partendo dai piccoli club, mi sono esibito nei palazzetti al terzo disco. Arrivare agli stadi a 40 anni ha un sapore completamente diverso. Sapere di raddoppiare una data un anno prima, senza un disco fuori, è un atto di fiducia cieca da parte del pubblico. Il tour sarà la mia festa dei 40 anni e in scaletta ci saranno solo singoli. Farò ogni cosa con estrema cura.

Mi sento un privilegiato e, tra le varie cose, non vedo l’ora che arrivino le date europee. Sono grande fan dell’Europa, ritengo che sia il continente più figo del mondo, mi piace l’idea di poter viaggiare da un paese all’altro con solo un’ora e mezza di distanza. Mi diverte pensare che ogni paese mi dia modo di guardare le cose in modo diverso, da porte e finestre che regalano una prospettiva sempre nuova in una lingua completamente diversa.

Colgo l’occasione per specificare che vivere in California significa vivere in una bolla in cui succedono cose che al di fuori non esistono proprio. La vita ha scelto per me, mi ci sono trovato senza volerlo e mi fa strano dire che adesso la mia famiglia è lì. Io posso viaggiare, mio marito no. Se non dovessi farlo, non so se vivrei lì. Mi sento italiano al 100%, rimango con la radio sintonizzata. In quel posto ho trovato l’amore da 4 anni a questa parte ma non mi sentirò mai a stelle e strisce. L’Europa è casa mia, rido e piango per la Brexit, spero nell’evoluzione della civiltà nei confronti della carità e verso chi ha bisogno di aiuto. Mi piace quando mostriamo di voler essere persone che accolgono con la voglia di integrare”.

Tornando al disco: “Se mi chiedete perché scrivo – Sono solo ed è sempre stato così- vi rispondo che questo è il tema più complesso non solo del disco ma della mia vita. Mi sono sempre sentito un outsider, un fuori concorso. Da piccolo ero grasso, mi piace studiare, sognavo di lavorare alla radio e metto i dischi con il mio mixer mentre gli altri andavano alle feste. Quella linea fissa sia emotiva che sentimentale mi devastava, la musica mi ha permesso di trovare un tunnel alla cui fine c’era la luce anche se però questo modo di sentirmi non è mai veramente cambiato quasi come se fare il cantante non mi bastasse. Questa mia caratteristica caratteriale mi ha portato la voglia di migliorarmi ma è diventata anche molto complessa da gestire. Oggi faccio quello che ho sentito dire a Meryl Streep: “Fai arte del tuo cuore spezzato”. C’è sempre un’ombra che mi fa pensare che questo elemento sia parte di un copione. Ho imparato a rispondere alle offese, ho imparato a scrivere le canzoni, ogni tanto faccio cazzate ma le ho accettate quasi come se fossero un super potere. Non c’è niente più forte della verità.

Tiziano Ferro

In mezzo a questo inverno è la mia canzone preferita del disco, nonché il prossimo singolo in uscita. Si parla della separazione da una persona importante, in questo caso mia nonna Margherita. Non so perché ma ho voluto declinarla al maschile, ho lasciato che il brano volasse per conto suo. Con lei ho capito cosa volesse dire perdere una persona chiave nella propria vita. Faccio persino fatica ad ascoltare il brano.

Il valore catartico delle canzoni è innegabile per me. Le ho sempre usate per dire quello che non riuscivo a dire faccia a faccia, poi sono diventate qualcos’altro. La canzone è di vitale importanza, l’autore pop si sobbarca di questa responsabilità di parlare di cose normali, semplici, vere, cose che cambiano l’animo delle persone. Ho sempre suggerito alle persone di abbracciare le proprie ferite e di scoprire cosa potesse esserci dietro. Sono uno scrittore pop con lo scopo di cambiare gli animi, in questo senso quindi guerriero. In un mondo in cui pare che nessuno riesce a sopportare l’altro, ci riscopriamo più uniti che mai cantando a squarciagola in uno stadio. Questo mi fa pensare che il pop abbia un potere reale anche se noi artisti abbiamo una credibilità diversa, sicuramente minore delle istituzioni che potrebbero fare qualcosa di concreto. Io mi limito a dire: votate se potete. Non vi lamentate se poi non votate. Non ho risposta su chi e amo e chi odio, sono confuso così come dimostrano di esserlo i politici stessi. Mi fa male constatare che c’è più mancanza di civiltà tra le istituzioni che tra le persone. In ogni caso rimango un fiero uomo pop, il caposquadra degli uomini pop. Il pop arriva dove non arrivano i filosofi.

Ecco perché il disco prende forma dalla voglia di vivere anche se nasce dal testo di “Accetto miracoli”, scritto nel 2016. MI fa strano pensare che stavo andando via da Los Angeles e che solo tre giorni prima avevo incontrato quello che oggi è mio marito. Ero fermo agli ostacoli, ho accolto i cambiamenti anche se li capivo e ho scritto il disco. Nel frattempo ho tentato di vivere la mia relazione in modo personale, innamorarsi in maniera diversa a 40 anni ha un valore che non conoscevo. Il mondo dentro di me stava cambiando, ho protetto questo sentimento anche da amici e famiglia, mi facevo paranoie. Mi sembrava tutto troppo giusto in un contesto così lontano da me. Dopo due anni e mezzo, questa relazione è diventata una verità nella mia vita e ho ritenuto giusto celebrare questa unione, così come si è sempre fatto nella storia dell’uomo.

Uno degli episodi più felici è stato il duetto con Jovanotti in “Balla per me”. Lui è stato il mio primo idolo, la sua musica e la sua scrittura hanno scandito la mia vita. L’ho conosciuto nel 2005 ma ho sempre mantenuto una certa venerazione nei suoi riguardi. In questa canzone, che non è solo un featuring, sembra che cantiamo insieme da 15 anni. Solo che io canto lui dall’88 e lui no (ride ndr).

Ai miei fan dico di imparare a vincere come persone, di lasciar perdere le polemiche, di aspettare un lungo ma fondamentale minuto prima di reagire alle offese. Il bullismo non è ma finito ma le persone che parlano a caso ci saranno sempre. Ho imparato ad essere ironico tranne quando la presa in giro è legata alla sessualità. Mi spiace che non ci sia una legge contro l’odio. Le parole sono importanti, con le parole siamo diventati grandi nel mondo, sento il bisogno che si impari a dire le cose con intelligenza emotiva con dei tempi, dei modi e dei toni che possano portare rispetto e fare la differenza.

Raffaella Sbrescia

Jeff Mills ai Magazzini generali: cronaca di una notte a spasso tra i punti cardinali della techno music

ph  www.residentadvisor.net

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Il popolo della notte, quello delle grandi occasioni, si è riunito ai Magazzini Generali di Milano per live set di un performer di tutto rispetto. Stiamo parlando dell’eccellenza della techno mondiale Jeff Mills. Pioniere, innovatore, avanguardista, il dj è unanimemente riconosciuto come uno dei migliori nel suo campo nonché fonte di ispirazione per vaste schiere di adulatori e appassionati del genere. Al centro del set, iniziato pressapoco alle 2.00, non solo le tracce del più recente lavoro Sight, Sound and Space ma anche e soprattutto le ricercate sonorità ricreate grazie all’ormai immancabile Roland TR-909. Implacabile l’intento di coniugare artigianalità e innovazione in un connubio di elementi vecchia scuola, tipicamente underground e di guizzi futuristici di stampo minimalista. Jeff Mills fiuta il suono, lo guida con maestria e gli dona forme sempre variabili e di impatto carnale. Il suo set è un’esperienza difficile da capire fino in fondo per chi non ha coscienza del passato e seria conoscenza del mondo techno. Jeff Mills prende ispirazione dal cosmo, capta le vibrazioni e le cristallizza in formule sonore che hanno fatto scuola e che, ad oggi, rappresentano un patrimonio importante per chi intende portare avanti un discorso sonoro sempre meno scontato.

Raffaella Sbrescia

 

 

Note di viaggio. Capitolo 1. Venite Avanti. A lezione di storia, di vita, di musica con Francesco Guccini e Mauro Pagani.

Francesco Guccini-Mauro Pagani

La canzone è una sorta di gibigianna, e cioè riflesso di luce su una superficie, non sta ferma, si allarga, viaggia, conquista territori e persone, con trame che sfuggono, attraverso passaggi che ignori…Perchè la canzone è magia, un fenomeno continuamente migrante”, scrive Francesco Guccini sulla quarta di copertina del primo capitolo di “Note di viaggio. Venite avanti”. Il progetto discografico nato da un’idea di BMG in collaborazione con Mauro Pagani con l’obiettivo di dare nuova veste e nuovo slancio alle più belle canzoni di Francesco Guccini. In prima battuta il maestro non si dichiarava particolarmente entusiasta del progetto, poi grazie al prezioso contributo di Pagani le cose si sono pian piano fatte più concrete fino ad ingaggiare 27 artisti con i relativi manager per un colossal musicale pensato per prendersi il suo tempo di ascolto e comprensione.

Il disco si apre con un’inaspettata sorpresa: un brano inedito scritto e cantato proprio da Guccini, intitolato “Natale a Pavana”. Un brano che, a partire dall’uso del dialetto pavanese, profuma di altri tempi, crea un’atmosfera sognante, nostalgica e genuina. Nato da una poesia, il brano narra di un Natale pavanese del dopoguerra, quella fase dove il cuore andava ricostruito pezzo per pezzo, così come si andava a costruire nuovi ricordi per seppellire vecchie tragedie. Ferrovie appenniniche, cumuli di neve, occhi curiosi, parenti importanti fanno capolino attraverso la voce imperiosa di Guccini che risuona forte e intensa come se niente fosse cambiato in questi anni.

Invece il Maestro è cambiato, eccome. Si è trasferito in Toscana, al confine con l’Emilia. Si dichiara scrittore convinto, risolto e soddisfatto. Canticchia ritornelli di canzoni raccattate nei meandri del bagaglio mentale di una vita, dichiara di aver messo le chitarre in un angolo e di non guardarle neanche più, eppure c’è un ma. Sì, il Maestro non esita a togliersi qualche sassolino dalla scarpa: a proposito delle 250 canzoni visionate da Mauro Pagani per questo progetto, Guccini ci tiene a sottolineare che tutti negli anni si sono fissati con “L’avvelenata”, “Dio è morto”, “La locomotiva” ma pochi si sono soffermati sulle sue numerose e lunghissime canzoni piene di contenuti, concetti, ricordi, personaggi da raccontare, amare e ricordare.

Ma torniamo a “Note di viaggio”: un ispirato Mauro Pagani racconta di come si sia sentito grato ed entusiasta nel mettersi a studiare il repertorio di Guccini, andando oltre le canzoni più famose, scegliendo e selezionando 4 brani per ogni artista coinvolto nel disco. Per molti di questi, Guccini è stato un elemento formativo sia dal punto di vista personale che artistico. Un modo per toccare con mano l’affetto, il rispetto e l’amore che il mondo della musica nutre nei confronti di un artista che ha fatto scuola.

Perseguendo l’obiettivo di mantenere intatta l’identità dei brani originali, Mauro Pagani ha lavorato per togliere il superfluo e fare in modo che l’urgenza comunicativa dei brani selezionati potesse arrivare al pubblico fino all’ultima sillaba del testo, il tutto cercando di fare in modo che ogni interprete potesse sentirsi a proprio agio e credibile allo stesso tempo.

Un lavoro difficile, certosino, di quelli che tanto piacciono a un artigiano della musica che, nel corso dei decenni, ha saputo fondere la propria pelle a quella di tanti artisti.

Francesco Guccini

Francesco Guccini

Tra le canzoni più importanti del disco c’è “Auschwitz”, cantata da Elisa. Il brano con cui è iniziata la carriera pubblica di Guccini ma anche la prima canzone che ha sancito il rapporto di Pagani con la musica del Maestro. Un giovanissimo Pagani, abituato al rock’n roll tutto forma e niente contenuto, si è imbattuto nella profondità di Guccini restandone profondamente colpito. Un’altra scelta coraggiosa, che ha sorpreso anche Guccini, è stata quella di inserire “Tango per due”, interpretato da Nina Zilli. Una rara occasione di ascolto originale e d’antan. Molto intensa anche Malika Ayane in “Canzone quasi d’amore”. Tutto emiliano il duetto di Luca Carboni e Samuele Bersani in “Canzone delle osterie fuori porta”. Particolarmente riuscita è l’interpretazione che Brunori Sas fa di “Vorrei”: forse il migliore di tutto il disco. Immancabile “L’avvelenata” che Pagani ha voluto cantare in prima persona in duetto con Manuel Agnelli.

In attesa del secondo capitolo, in cui magari ci sarà anche un rapper a cantare, Guccini ricorda con rammarico il brano “Van Loon”, ispirato a suo padre, perito elettromeccanico, innamorato degli studi classici. Una canzone rimasta nel cassetto dopo la morte del papà e che avrebbe voluto vedere rinascere in una nuova veste. Per concludere in bellezza, il Maestro ha voluto spendere qualche parola di solidarietà nei confronti della senatrice a vita Liliana Segre: “E’ una vergogna che una sopravvissuta all’Olocausto sia costretta a viaggiare con la scorta. Così come ho trovato vergognosa l’astensione in parlamento. Sono sicuro che con queste mie parole, mi attirerò una serie di invettive sui social ma per fortuna non li frequento, dicano pure quello che vogliono”. E, sempre a proposito di politica, Guccini si conferma un uomo di sinistra che crede nella sua terra e che confida nel futuro, nonostante tutto.

Raffaella Sbrescia

Gianna Nannini presenta l’album “La differenza”: il suo rock si fa black e valica i muri.

Gianna Nannini_Cover album La differenza

Gianna Nannini ritrova la sua America a Nashville. La cantautrice pubblica, infatti, un nuovo album “La differenza”  registrato proprio negli States dopo aver trascorso diverso tempo a scrivere in una stanza scelta ed affittata ad hoc a Gloucester Road, a Londra, per concentrarsi, comporre, evolvere la identità artistica. La cantante afferma di essere partire al buio, affidandosi al suo istinto, alla ricerca di un brivido per ogni nuova canzone che ha preso forma nel suo incantato MYFACEstudio circondata dai suoi fidati collaboratori Mauro Paoluzzi, Gino Pacifico, Fabio Pianigiani, Dave Stewart. Nella patria della western country music, Gianna Nannini ha ritrovato la vena black: blues e rock suonati in presa diretta per un risultato curato ma di impatto immediato con l’obiettivo di fare la differenza. Le canzoni, registrate al primo o secondo take al massimo, senza overdubs e con microfoni live l’hanno ispirata e fatta sentire a proprio agio per ritrovare il discorso lasciato in sospeso con l’album “California” e per mantenere quella famosa promessa fatta a Conny Plank: un disco soul in linea con la sua inconfondibile voce.

I testi sono incentrati sui conflitti d’amore, meccanismi tossici nati da differenze da accettare come naturali. Il monito del disco è dare la sveglia agli esseri umani, abbattere i pregiudizi seguendo una visione d’insieme al di là delle crepe. In studio una band da sogno capeggiata da Simon Phillips per un connubio artistico sensuale e fluido. L’unico duetto del disco è con Coez in “Motivo”. Il graffio di Gianna e la melodia del cantautore si sono trovati in un brano che mette in pista le velleità di entrambi per una collaborazione autentica e voluta.

Gianna Nannini Foto di Daniele Barraco

Le parole di Gianna nascono da riflessioni estemporanee, trovano subito la luce, non vivono artificiosamente su un pc e scivolano ora sinuose e pungenti, ora piene e travolgenti in un disco che riporta la Nannini alle sue radici dopo un lungo percorso di ricerca e sperimentazione. Perseguendo la naturale attitudine a lasciarsi andare in contaminazioni di varia tipologia, la Nannini si mostra carica e determinata nel definire una nuova identità di se stessa dopo aver esaurito un certo tipo di discorso artistico. Questo rock acustico nasce pertanto con la forte volontà di valicare i muri mentali e le mode imperanti. Le basi ritmiche sono scelte e pensate per una performance artistica di fascinazione sessuale a dispetto di tutto e tutti. Sarebbe bello se Simon Phillips potesse suonare anche durante le tappe italiane del tour di Gianna, anche dopo il tour europeo e la data di Firenze. Per saperlo bisognerà attendere e sperare. Gianna intanto allo stadio Artemio Franchi il prossimo 30 maggio ci andrà da ghibellina, pronta a spaccare. Come suo solito.

 Raffaella Sbrescia

Atlantico tour: l’ascesi artistica di Marco Mengoni in un tripudio di emozioni

Marco Mengoni

Si chiude oggi al Mediolanum Forum di Assago la tre giorni milanese della tranche autunnale dell’ Atlantico Tour . La nuova avventura live di Marco Mengoni giunge infatti come naturale proseguimento di una ricca tourneè nei palazzetti in cui il cantautore mette a punto alcuni piccoli dettagli in grado di perfezionare uno spettacolo particolarmente pregno di contenuti, di sonorità, di spunti, di emozioni.

Dopo 10 anni di carriera appare in maniera forte ed evidente quanto questo ragazzo sia maturato sia in termini artistici che vocali. La sua voce rimane in assoluto lo strumento con cui Marco riesce davvero a fare qualunque cosa in modo sempre più cosciente e calibrato. Capitano però ancora quei momenti in cui questa stessa voce sorprende non solo il pubblico ma anche Marco stesso ed è lì che l’artista lascia trasparire quell’animo delicato, fragile e prezioso che ha saputo conquistare grandi schiere di fedelissimi fan pronti a seguirlo da sempre e per sempre.

Da un punto di vista prettamente musicale, Marco Mengoni è tra coloro che amano spaziare lasciandosi contaminare cercando nuovi equilibri tra note, richiami ed influenze. Fa impressione notare con quanta naturalezza si passi tra classiche ballads e brani uptempo tra interludi soul, rythm and blues, liriche sudamericane, reminiscenze afro e rivisitazioni di brani che hanno segnato la storia del mondo contemporaneo. Sarebbe ancora più sorprendente vedere Marco tornare al rock, quello degli esordi, quello che l’aveva catalpultato in una dimensione così estranea al suo mondo, da fare scoprire a lui stesso di essere capace dell’impensabile.

A riempire ogni possibile intercapedine tra brani che riescono a restare impressi con naturalezza c’è tutta una parentesi da fare sui messaggi che l’artista trasmette da diverso tempo a questa parte. Libertà, sentimenti, sostenibilità, autenticità sono i 4 punti cardinali attraverso cui si districano tutte le iniziative e i progetti che Mengoni porta avanti in parallelo avvalendosi del benvolere di istituzioni e personaggi di importante spicco culturale.

Tutti questi tasselli messi insieme fanno di Marco un ragazzo modello, un’icona a cui ispirarsi, una persona a cui volere bene come se la si conoscesse per davvero.

Sono questi i presupposti con cui il pubblico accorre ai suoi concerti con la sicurezza di addentrarsi in un viaggio emotivo importante, carico di pathos ma anche divertente, liberatorio, depressurizzante e, perché no, goliardico.

Marco Mengoni

Vivere quelle due ore sotto transenna come al centro di un incantesimo perfetto dove non si sentono le ore di attesa nelle gambe, la stanchezza di una settimana vissuta a ritmi insostenibili o le turbe di una vita precaria. No, si percepisce solo benessere e incanto, bellezza e gioia. La voce di Mengoni viene interpretata come un’iniezione di gioia che genera dipendenza e allora si sceglie di tornare ancora e ancora. Subentrano poi le amicizie nate in questo contesto, alchimie tra persone che entrano in una simbiosi emotiva tanto forte da rendere superflue le parole. Ecco il valore aggiunto della musica di Marco Mengoni: la capacità di insediarsi come colonna sonora di vite legate a doppio filo. La certezza di aver lasciato un segno indelebile è pertanto il riconoscimento definitivo ad un artista unico il cui destino è di splendere tra le stelle della musica che conta.

 Raffaella Sbrescia

D.O.C. è il nuovo album di Zucchero “Sugar” Fornaciari. Nella tempesta, ecco lo spirito nel buio.

ZUCCHERO

A tre anni di distanza da “Black cat”, Zucchero Sugar Fornaciari torna in pista con “D.O.C”, un album con cui l’artista sceglie di raccontarsi in modo fedele, autentico e in linea con i tempi, sia dal punto di vista testuale che musicale.

Zucchero vive i tempi che corrono lasciando perdere i doppisensi ammiccanti. Non è più tempo della goliardia, è tempo della riflessione, della ricerca, forse della redenzione.

Il fulcro da cui prende vita tutto il lavoro rimangono le sue amate origini, presenti anche in copertina, che il cantante sceglie di fare proprie a tutto tondo. Dal blues, al soul, al R & B, al gospel, passando per un uso caldo dell’elettronica, D.O.C suona come un disco attuale sia nei suoni che neglI arrangiamenti. Al fianco di Zucchero, alcuni nomi storici: Max Marcolini, presente dal ‘98, il brother in blues Don Was. Subentrano poi diversi giovani produttori come Nicolas Rebscher, Joel Humlen, Steve Robson, Eg White per mettere a fuoco un percorso di ricerca che è andato avanti per circa un anno a seguito dell’ultimo tour di Zucchero.

Zucchero Robert Ascroft

Zucchero Robert Ascroft

Tempi sospettosi, tempi sospesi sono quelli di cui ci parla l’artista che, nel suo inconfondibile stile, disegna un quadro fedele di un mondo molto simile a una pentola in ebollizione. In ogni canzone viene fuori uno spirito, una luce, una speranza, quasi come se Zucchero stesse cominciando a intravvedere una forza superiore, un’entità mistica non ancora definita ma che in qualche modo esiste. Questo intimismo è stato fin da subito un aspetto evidente all’artista che, difatti, si definisce geloso di D.O.C proprio perché ha toccato punti delicati, richiamando antichi ricordi di infanzia. Tra i termini chiave dell’album c’è la parola “freedom”, libertà. Un termine inflazionato, di cui molti abusano senza pensare al fatto che ormai siamo del tutto condizionati nei comportamenti e nel modo di interpretare le cose. Zucchero ne rivendica l’autenticità professando uno stile di vita country, lontano dalle apparenze, circondato da pochi fidati amici e ben distante dalle velleità di chi non si mostra per quello che è davvero. Zucchero parla infatti anche delle cosiddette “vittime del cool”, recrimina un allontanamento globale dallo stile di vita autentico, genuino e onesto di un tempo. Prende a male parole quello che non è più il “Belpaese”. Denuncia intrighi, corruzioni, l’ involuzione socio-culturale, rimette in pista il dialetto, collabora a quattro mani con De Gregoriprima  e Van De Sfroos poi, duetta con l’astro nascente Frida Sundemo e si prende la liberà di condividere pensieri romantici e controcorrente. Scappa una lacrima da mezza lira in “Testa o croce” in cui riappare la terra natìa Roncocesi. Accompagnato dalla sensazione di non sentirsi mai del tutto a casa, proprio come accadde tanti anni fa quando fu sradicato in Versilia, Zucchero abbraccia il mondo con un nuovo tour mondiale che, questa volta, prenderà il via dal Bluesfest Byron Bay in Australia il prossimo aprile. Saranno tanti i concerti che si susseguiranno subito dopo, tra i tanti anche un nuovo record di date consecutive all’Arena di Verona, ormai storico punto di riferimento per l’artista emiliano a cui piace essere stanziale, rilassato, concentrato e pronto a dare il meglio di sé, sempre accompagnato da musicisti che fanno invidia alle star mondiali. Sono tanti gli aneddoti di cui fa menzione Zucchero, così come sono tante le cose che dice attraverso le sue canzoni senza che debba esplicitarne il contenuto. La stoffa, la misura, la sostanza di artisti del suo calibro si misurano semplicemente con la potenza di parole che, tassativamente in italiano, arrivano ancora a toccare il cuore di migliaia di appassionati in tutto il mondo. Che D.O.C sia con noi e, a buon rendere!

Raffaella Sbrescia

Iodegradabile: il nuovo album di Willie Peyote testimonia che si può fare rap ad alti livelli

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 Uscirà il 25 ottobre “Iodegradabile”, il nuovo album di Willie Peyote. Il rapper e cantautore incide il quarto lavoro discografico per Virgin Record e si rilancia con piena linfa e rinnovato ardore sull’ottima scia dell’apprezzato singolo “La tua futura ex moglie”. La grande novità di questo lavoro è l’introduzione di un’ossatura strumentale che mette in piedi una ritmica armonica decisamente più matura con ampia evidenziazione del groove sempre caro al Peyote. Il disco è stato registrato a Torino con la partecipazione degli ALL DONE, band composta da Kavah, Danni Bronzini, Luca Romeo, Daio Panza, Marcello Picchioni. Le sonorità sono meno black e più rock di richiamo inglese.

Anche i testi del disco fanno capo alla nota vena ironica del torinese. In “Iodegradabile” Willie ritrae un fedele quadro sociale e antropologico complessivo della situazione attuale in Italia spaziando dalla politica alle relazioni interpersonali.

“Questo è un disco sul pezzo. Si parla di tempo: ne abbiamo sempre poco. Parlo quindi della fine della vita, della morte, dei social, del nostro essere costantemente in vendita o in cerca di approvazione. Funzioni se hai likes, visualizzazioni, condivisioni. Tutto deve funzionare subito, non ci diamo il tempo di capire le cose. Mi sento responsabile di ciò che scrivo e penso a tutti i lati da cui possa essere vista e interpretata la mia scrittura. Spero che con questo lavoro possa allargarsi la fetta di pubblico a cui parlo perché parlare solo con chi ti dà ragione non ha senso, vorrei parlare con chi finora non mi ha mai ascoltato. Non voglio fare l’errore che ha fatto la sinistra negli ultimi 30 anni. Se fai il comunicatore devi capire il linguaggio di chi c’è intorno a te. L’ho capito quando facevo il formatore in un call center.

Parlando dei testi vi dico che  “Mango”è il pezzo più rap, prendo spunto dal rap nuovo, la trap se fatta bene, spacca. In”Catalogo” dico: tutto bene quel che finisce. Il concept gira intorno all’idea che siamo tutti sia venditori che acquirenti di noi stessi. In “Mostro”, incentrato sul governo gialloverde quando era ancora in carica, parlo del dissidio tra contenuto di informazione e complottismo.

Per la prima volta in un disco dico “Ti amo”. L’ho fatto perché ero innamorato, forse lo sono ancora ma non sono il tipo da dichiararlo. Sono nichilista, cinico ma è anche vero che se per un giorno sono felice non vedo perché non possa dirlo solo per scontentare qualcuno. In questo caso ho provato a mettere in piedi anche un progetto di vita senza riuscirci per cui non escludo che nel prossimo album metterò questo fallimento nero su bianco (ride ndr).

Video: La tua futura ex-moglie

Tra i miei cardini di riferimento c’è un unico vero obiettivo: far muovere culo e cervello contemporaneamente. Ho sempre pensato che ai concerti ci si debba divertire e infatti ho scritto questo album pensando proprio al tipo di reazione che avrebbe avuto chi l’avrebbe ascoltato live. Spero che la gente abbia voglia di ballare oltre a cantare. Questa volta nei live ci sarà una band e anche se non siamo ancora settati, posso garantire che il groove non mancherà. La combo basso-batteria è imprescindibile. Sfatiamo il mito secondo cui il rap non può viaggiare di pari passo alla cultura. Si può fare rap a livelli alti, bisogna capire se e come cambiare il linguaggio per arrivare alla gente in modo efficace. La cultura non deve essere per forza pesante, a me per esempio diverte dire parolacce per stemperare la tensione. Non voglio essere così vecchio da non capire la musica dei miei coetanei. Nella musica cerco di far riflettere i ragazzi, nessuno è privo di un diritto, tutti vanno educati a usare lo stesso. In me ci saranno sempre gli artisti che mi hanno forgiato: da Giorgio Gaber, a Frankie Hi- NRG e Daniele Silvestri. In questo disco, ad esempio, c’è un chiaro e nitido riferimento a Pino Daniele. Poi ci sono tanti richiami ai libri che ho letto e ai comici che ho guardato.

Se ragiono più ad ampio raggio, ci sono giorni in cui mi sveglio e penso che la gente davvero non abbia speranza, non voglio però che questo sia l’unico pensiero. Smettere di sperare equivarrebbe a morire”.

Raffaella Sbrescia

Tradizione e tradimento: la poetica di Niccolò Fabi si conferma necessaria. Intervista

Niccolò Fabi foto di Chiara Mirelli

Niccolò Fabi foto di Chiara Mirelli

Niccolò Fabi torna a far sognare con un nuovo album. “Tradizione e tradimento” nasce da un percorso umano e artistico decisamente tortuoso e complesso; si tratta di una formula di perfetto equilibrio tra parole, emozioni e note. Tutto viaggia di pari passo e ogni elemento è complementare all’altro. La poetica di Fabi si conferma intima, profonda, necessaria. Ecco cosa ha raccontato lo stesso artista in occasione della presentazione del disco alla stampa.

Il percorso di “Tradizione e Tradimento” è stato scandito da due fasi: fallimento e conferma. Subito dopo il forte successo riscontrato con “Una somma di piccole cose”, ho avvertito il desiderio di allontanarmi da quanto fatto fino ad allora. Per un anno ho preso le distanze dal concetto di essere cantante, ho chiuso una parte importante della mia vita, avevo la sensazione di aver esaurito quella vena, non avevo voglia di essere cantore di cose intime. Anzi, ne approfitto per specificare che la profondità ti fa trovare tutti gli altri. In fondo non parlo di me ma di tutti; è solo che andare lì in fondo è difficile sia per me, sia per la restituzione degli sguardi di tutti quelli che mi hanno scelto come accompagnatore di questa discesa. Mi onora essere accanto alle persone in quei momenti ma è anche un peso.Ho tenuto la chitarra chiusa nel fodero e svolto attività meravigliosamente estranee a tutto questo. Poi però il demone mi ha bussato alla porta e mi sono chiesto che senso avesse la mia vita mentre facevo finta di nulla. Quindi ho iniziato a sperimentare, a mettermi in discussione, a tentare un approccio diverso alla scrittura. Ho praticamente fatto il giro del “caseggiato” per poi realizzare che quella trasformazione d’identità non poteva andare a buon fine. Sono tornato sui miei passi e ho cercato un nuovo equilibrio insieme a Roberto Angelini e Pier Cortese. A questo proposito c’è il brano intitolato “I giorni dello smarrimento” che gioca un ruolo centrale. La svolta per me sta sempre nel raccontare quello che succede, ho risentito la mia voce familiare nel dire quello che sa dire. Nel sondare altri territori ero diventato uno qualsiasi. Sarà forse una condanna ma la mia struttura emotiva è fatta per tirare fuori quello che c’è in profondità. Ad ogni modo sono convinto che non ci sia bisogno di andare lontano quando quello che serve che l’hai nelle tasche. Di base non ho un talento musicale particolarmente sviluppato, non scrivo, non canto e non suono in modo speciale. Quando però raggiungo un certo tipo di intensità scrivendo qualcosa di importante, mi rendo conto di essere speciale.

A proposito di contenuti e retorica, “Io sono l’altro” non è una canzone sulla diversità, descrive bensì il desiderio di capire gli altri. Non credo sia interessante raccontare l’altro partendo dalla cronaca quotidiana, ho cercato di entrare nello sguardo dell’altro e capirne il punto di vista. Il mio modo per non sfuggire a un argomento centrale è “Migrazioni”: un quadretto, una canzone breve svincolata dalla cronaca, inquadrata in un flusso più grande per raccontare la ricerca della sopravvivenza attraverso il movimento. Il ruolo dell’artista non è quello dello sloganista elettorale. Sempre parlando di parole, rivendico una volta per tutte che per me scrivere canzoni è un atto in cui parole e musica viaggiano insieme in modo assolutamente equo e paritario rispecchiando un particolare stato d’animo e un’attenzione totale. In questo momento storico mi sento smarrito, la mia sensibilità è molto condizionata da una natura estremamente emotiva, sono profondamente scosso da una società che va in una direzione in cui non mi riconosco, le armi che ho per farmi ascoltare sono queste: le parole, i racconti, le emozioni. Cerco di stimolare le persone verso una dimensione di ascolto attento, cerco l’arginamento della disillusione, il contenimento dell’aggressività, lo smorzamento del cinismo. Questo è quello che posso realisticamente fare sulla sia della paura che la china non riesca a rialzarsi da una discesa che sembra sempre più ripida. Mi sono reso conto, nel corso del tempo, che a volte alcune considerazioni dette in un orecchio sono più devastanti di quelle dette in un megafono. In questo senso sono un seduttore e non un conquistatore, per questo ci ho messo tanti anni a portare avanti il mio percorso, per questo credo di essere stato bravo a non mollare questa mia attitudine. Spesso uso me stesso per capire meccanismi che non riguardano solo me, nella nostra società questo tipo di linguaggio sussurrato viene spesso considerato più debole perché la sua forma è meno invadente ma è proprio qui e ora che rivendico il pacifico e determinato esercizio del dissenso. Riconoscersi diverso in modo pacifico è molto più importante che convertirsi alla sloganistica gridata.

Il movimento e l’idea di cambiamento attraversano anche “Tradizione e tradimento” segnando un passaggio dall’io al noi. Nel disco precedente non c’era nulla che non sia frutto delle mie dita e dei miei pensieri. In questo caso l’esigenza primaria era riuscire a trovare un modo per veicolare il mio linguaggio intimo ad altri esseri umani con cui ero in studio. Ho raccontato una nuova stagione della vita perseguendo l’obiettivo di essere credibile, per dare ai miei coetanei un modo diverso per ascoltarsi, a chi è più grande di creare memorie e a chi è più giovane di creare prospettive.

Video: Niccolò Fabi descrive il brano “Scotta”

L’insidia della rigidità mi porta alla ricerca dell’elasticità sia mentale che fisica. Non mi interessa la potenza ma l’adattabilità.Questo è quanto avviene in “Scotta” dove Quasimodo incontra i Sigur Ros. Il brano racchiude la mia aspirazione massima, l’ho scritto in meno di un’ora in un pomeriggio fortunato. La mia ossessione è unire due linguaggi opposti rispettandoli e facendoli stare insieme. Ecco perché spesso ci sono code strumentali nella mie canzoni. Le atmosfere musicali sono evocative, dopo aver messo a fuoco quattro immagini puoi prendere la musica per mano e portarla dentro di te alternando lucidità e confusione.

Se penso a come porterò tutto questo in tour, al netto del fatto che le prove non sono ancora state fatte, l’idea di base è che possa essere un concerto molto più vicino al concetto di performance artistica. Aspiro a fare un viaggio e a portare per mano chi mi ha dato tutta la fiducia che ho conquistato piano piano. Toglierò i rituali finora presenti nei miei live, vorrei introdurre un capitolo nuovo alternando sorpresa e rassicurazione. Nel dosaggio di questi elementi ci saranno Alberto Bianco, Pier Cortese, Roberto Angelini, Daniele “Coffee” Rossi. Quattro cantautori per un approccio decisamente emotivo che andrà oltre lo strumento.

Cover Tradizione e Tradimento Niccolò Fabi

Per concludere mi piacerebbe spendere due parole sulla copertina dell’album: tranquilli, non ho ambizioni da fotografo ma c’è una storia ben precisa dietro allo scatto che ho scelto. La foto è stata fatta in Mozambico. Come saprete, una volta l’anno parto con un’Associazione ONG di cui sono amico, fratello e sostenitore. L’ultimo di questi viaggi l’abbiamo fatto in Mozambico a seguito di un potente ciclone dagli effetti devastanti. In un momento di pausa dalle attività quotidiane, un pomeriggio abbiamo passeggiato lungo l’oceano e siamo saliti su un faro. Durante una sessione di scatti al panorama, la mia attenzione viene catturata da un pavimento dai colori particolari, un misto tra blu e verde con tratti scrostati in forte contrasto con una balaustra rossa anch’essa segnata dalla corrosione e dalla forte umidità. A livello fotografico la dualità cromatica mi è parsa molto emozionante in più mi piaceva il fatto che la foto fosse stata scattata in un posto particolare gli dava un significato personale importante. Ecco, il ruolo del poeta sta anche nel riuscire a notare i dettagli che gli altri notano meno, fornire un punto di vista diverso a chi è distratto da altro. Lo scopo della poesia è scoprire quello che abbiamo sotto gli occhi e mostrarlo a chi normalmente non riesce a vederlo”.

Raffaella Sbrescia

Jova Beach Party: mani libere e cuore leggero all’Aeroporto di Linate per la festa dell’anno.

Jovanotti - Jova Beach Party - Linate

Jovanotti – Jova Beach Party – Linate

“Mani libere, mani mani libere” all’Aeroporto di Linate a Milano per la tappa conclusiva di un sogno chiamato Jova Beach Party. Lo sappiamo, Lorenzo Cherubini Jovanotti ha sempre amato esprimere tutto il proprio entusiasmo per la vita e lo ha sempre fatto al massimo. Stavolta ha voluto fare ancora di più mettendo in gioco quanto fatto finora e portando anche tutto il suo team a spingersi oltre i limiti in nome di un concetto di festa globale. L’idea a cui si è ispirato è stata quella di stimolare le persone a lasciarsi andare e a seguire il flusso di emozioni libere, spontanee, autentiche.

Jovanotti - Jova Beach Party - Linate

Jovanotti – Jova Beach Party – Linate

Le location selezionate sono state pezzi di costa italiana ricche di sfumature, colori, abitudini, ecosistemi diversi. Il party finale si è tenuto invece nel cuore di una metropoli. L’aeroporto di Linate si è letteralmente trasformato in un Coachella Made in Italy: colori, street food, scenografie fluorescenti e fluide e una gigantesca luna, sì quella tanto cara a Lorenzo e spesso presente anche nella sua poetica. Ben 100 mila spettatori sono accorsi da Milano e provincia per partecipare all’evento musicale più colorato e più festoso dell’anno e prendere parte al rito di fine estate. A officiarlo naturalmente il padrone di casa, che ha selezionato tanti amici italiani e internazionali senza un criterio preciso ma comuque riuscito. Ex-Otago, Benni Benassi, Bombino, Fatoumata Diawara, Flavia Coelho, Rkomi, Takagi e Ketra, Salmo e Tommaso Paradiso si sono passati di volta in volta il testimone di una lunga festosa maratona musicale. Jovanotti, a 52 anni suonati, si è prestato al gioco senza risparmiarsi un attimo. La cosa che infatti resterà davvero impressa sapete cos’è? Il suo sorriso, pieno, sincero, totale, emozionato. Un artista così felice, incredulo e coinvolto al 100% è difficile da vedere e quel sorriso lì vale più di 1000 altre parole. Non è questione di essere fan o meno, Jovanotti vive la musica in modo vero e senza filtri e questa passione la veicola a suo modo a chiunque gli capiti a tiro. “L’atmosfera è quella di una festa tra amici intimi, fa niente se si è in molti di più, lo spirito rimane quello” spiega lo stesso Lorenzo che piazza in scaletta le migliori canzoni della propria discografia ma lo fa in maniera pazza e imprevedibile. Alterna parti classiche da concerto a mini jam sessions, improvvisazioni rap, mini sessioni in acustico a una maxi exhibition in consolle mettendo sul piatto un po’ tutte le sue fisse musicali, che sono un po’ anche le nostre.

Che bello è stato vedere così tante persone unirsi in maniera pacifica e festante. Ecco, in questo senso Linate si è davvero trasformata nell’ombelico del mondo. Un luogo pulsante, in cui la notte dei desideri può davvero prendere vita, in cui ci si può interessare degli altri, dell’importanza dell’amore, dell’obiettivo comune di salvare le sorti del nostro pianeta, capire che è fondamentale non dividerci perché siamo esattamente tutti sulla stessa barca. Non è questione di snobismo, intelligenza o pesantezza di intenti, qui si tratta di come fare per poter preservare questa possibilità di gioire, cantare, rilassarsi tutti insieme a cuor leggero. Jovanotti l’ha capito e noi lo ringraziamo per averci mostrato come si fa.

Raffaella Sbrescia

La scaletta

Il più grande spettacolo dopo il big bang

Ciao mamma

Estate

Gli immortali

Nuova era

Tutto l’amore che ho

Un raggio di sole

Musica

Coraggio

La notte dei desideri

Sabato

Chiaro di luna

Felicità puttana feat. Tommaso Paradiso e

La luna e la gatta feat.Tommaso Paradiso, Takagi & Ketra

Bella

L’ombelico del mondo feat. Salmo e Rockin’ 1000

90MIN feat. Salmo)

Ho paura di uscire/ Fame feat. Salmo)

Non m’annoio feat. Luca Parmitano (video collegamento dalla Stazione Spaziale Internazional

Prima che diventi giorno

L’estate addosso

Ti porto via con me

Ragazzo fortunato

ENCORE

Fango

 

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