Immensità: la recensione della suite di Andrea Laszlo De Simone

Immensità - Andrea Laszlo De Simone

Immensità – Andrea Laszlo De Simone

Immensità è il titolo dell’ultimo lavoro discografico del cantautore torinese Andrea Laszlo De Simone, pubblicato lo corso 8 novembre per 42 Records. L’opera è una suite della durata di 25 minuti: nove tracce suddivise in 4 capitoli, con un brano cantato per ogni capitolo. Preludi, interludi, conclusioni si susseguono all’interno di una vorticosa spirale emotiva senza fine. Andrea Laszlo De Simone è un artigiano della musica, la sua visione è il frutto di una ricerca artistica immaginata, concepita, lavorata, veicolata in solitudine. Nella costruzione dei suoi arrangiamenti, l’artista osa, mescola, mette a nudo influenze, idee, suggestioni con calma, tranquillità, lasciandosi cullare dal tempo. Navigando lo spettro delle illusioni Andrea Laszlo De Simone mette a punto un immaginifico percorso di accettazione della realtà attraverso il naturale scorrere del tempo. La musica avanza con prepotenza per raccontarci che siamo in grado di rivoluzionarci completamente molte volte all’interno di una sola vita: ogni volta si ricomincia con dei presupposti nuovi sempre basati sulle stesse dinamiche: c’è una fase di entusiasmo possibilista (il sogno), seguita da un fisiologico ridimensionamento (la realtà), giunge immancabile  lo smarrimento (lo spazio) fino all’accettazione o alla rinascita (il tempo). L’atmosfera ovattata, avvolgente, onirica de “Il sogno” viene incalzata dagli archi e le percussioni de “La nostra fine”. La vita che racconta l’artista è un piano inclinato in cui il domani scivola via. “Così è successo lo sai, la nostra vita sceglie per noi”, canta Andrea mentre prendono vita le suggestioni, gli arpeggi e i violini del brano più ibrido:“Mistero”, incluso nel capitolo “Lo spazio”. Suoni del passato e del presente si incrociano come in una sorta di contrasto biblico, precursore di una svolta empirica. L’ultimo capitolo è il “Il tempo”, raccontato dal brano “Conchiglie”: Ti sei un po’ spaventato / proprio come pensavo / vedrai non serve a niente rintanarti in te stesso / siamo solo conchiglie sparse sulla sabbia / niente potrà tornare a quando il mare era calmo. Ed è tutto chiaro, limpido, nitido e devastante. Il cerchio si conclude e l’opera può finalmente ritenersi pienamente riuscita nell’intento di regalarci un bel mucchio di emozioni. Per chi desidera godere appieno di ogni singolo frame di questo lavoro, da non perdere il mediometraggio con soggetto e musiche dello stesso Andrea Laszlo De Simone.

Raffaella Sbrescia

Mediometraggio: Immensità

TRACKLIST

01. Preludio: Il sogno

02. Capitolo I: Immensità

03. Interludio primo: La realtà

04. Capitolo II: La nostra fine

05. Interludio secondo: Lo spazio

06. Capitolo III: Mistero

07. Interludio terzo: Il tempo

08. Capitolo IV: Conchiglie

09. Conclusione

Dente: la recensione del nuovo album

Dente

Dente

Dente” è il titolo del disco omonimo che Giuseppe Peveri, in arte Dente, ha pubblicato a tre anni di distanza dal suo precedente lavoro discografico. Consapevolezza, coraggio e testi maturi caratterizzano questa nuova prova del cantautore fidentino che per questa volta ha scelto di avvalersi della collaborazione di Federico Laini e Matteo Cantaluppi. Il percorso di lavorazione del disco è stato tortuoso, complesso, a tratti doloroso. Dente mette al setaccio la sua poetica e le certezze acquisite con i precedenti lavori, rimette mano alla narrativa che da lo sempre lo contraddistingue per dare credito a una cifra pop semplice ma allo stesso tempo articolata e ricca di sfumature sonore. E’ proprio in questo fondamentale passaggio che risiede la chiave di interpretazione di questo disco in cui l’autore mette la faccia per testimoniare una chiara intenzione: tirare fuori parti di sé, ora chiare e definite, ora rimaste oscure e in via di definizione. Dente lascia per un attimo la chitarra e scrive al pianoforte, esattamente come accade per accompagnare l’ineludibile testo di “Anche se non voglio”. Liberatoria è anche “Adieu”, una canzone scritta di getto per mettere in chiaro cosa può restare e cosa no. Perturbano gli interrogativi di “Tra 100 anni” e le ipotesi di “Sarà la musica”. Intense, autentiche, immaginifiche le suggestioni di “Trasparente” e “Paura di niente”. Inaspettata la vena romantica e accasata de “L’ago della bussola”. Preziosi i ricordi e le consapevolezze raccontate in “Non te lo dico” ma soprattutto ne “La mia vita precedente” e nel brano di chiusura “Cose dell’altro mondo”. Osso duro di provincia con anima cosmopolita, Dente trova il giusto bilanciamento tra presente e passato, tra giovinezza e maturità, tra punti fissi e nuove prospettive aprendosi e lasciandosi ascoltare senza filtri. Con buona pace dei puristi.

Raffaella Sbrescia

Video: Adieu


Inizia da
0:12

Tracklist

1) ANCHE SE NON VOGLIO

2) ADIEU

3) TRA 100 ANNI

4) COSE DELL’ALTRO MONDO

5) SARÀ LA MUSICA

6) TRASPARENTE

7) L’AGO DELLA BUSSOLA

8) NON TE LO DICO

9) PAURA DI NIENTE

10) LA MIA VITA PRECEDENTE

11) NON CAMBIO MAI

Corallo, la recensione del nuovo album di Colombre

colombre-corallo
“Corallo” è il titolo del nuovo disco di Colombre, frutto di un lungo e meticoloso processo di osservazione e introspezione al contempo. Nella tracklist ci sono otto brani da ascoltare, comprendere, interpretare da angolazioni e prospettive diverse in cui Colombre mette in luce un mondo sommerso, esattamente come avviene per il corallo posato sui fondali, un mondo da esplorare in tutte le sue minuscole e quasi impercettibili forme. Il corallo, dunque rappresenta metaforicamente la relazione con l’altro, spesso sommersa da una quotidianità piatta ma altrettanto spesso pronta ad evolversi in modo imprevedibile e inaspettato. Queste sono le caratteristiche che rendono il disco un piccolo elogio alla lentezza e alla capacità di mettersi in gioco in un momento non esattamente facile. Prodotto dallo stesso Colombre, insieme a Fabio Grande e Pietro Paroletti, “Corallo” è stato registrato e mixato alla Sala Tre di Roma, masterizzato da Andrea Suriani all’Alpha Depth di Bologna e si fregia della collaborazione di Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours) alla batteria. In questo lavoro la narrativa preferisce le linee morbide, una forma elegante e arrangiamenti sinuosi che fanno astutamente la spola tra passato e presente tra generi e influenze ora lontanissime, ora stratificate nelle radici italiche. I suoni oscillano tra le chitarre di Mac DeMarco, Alex Turner o Andy Shauf e le ritmiche di Alan Sorrenti, Battisti, Battiato e Baustelle. Si va dall’incipit di Mille e una notte: “Dovrei tornare ad ascoltare ma sono anni che non ci riesco più” alla conturbante rivelazione di Non ti prendo la mano: “Se non mi vuoi più bene non me ne importa niente perché probabilmente non sei così più importante”. Colombre disseppellisce sentimenti, sensazioni, visioni ora rosei, ora plumbei con naturalezza, trasparenza e coerenza. Questo è ciò che avviene in Terrore ma soprattutto in Crudele, costellata di pentimenti e prese di coscienza. Scomoda, velenosa ma ardente e appassionata è Arcobaleno; immaginifico il finale affidato al primo e unico brano scritto con Maria Antonietta Anche tu cambierai, un brano che riporta a un tempo lontano, intriso di echi di fine anni ’60 dei grandi crooner di un tempo. Un brivido lungo la schiena e siamo già diventati altre persone insieme a “Corallo”.

Leggi anche la recensione di “Pulviscolo”

Raffaella Sbrescia

Video: Arcobaleno

TRACKLIST
01. Corallo
02. Non Ti Prendo La Mano
03. Terrore
04. Crudele
05. Per Un Secondo
06. Mille E Una Notte
07. Arcobaleno
08. Anche Tu Cambierai

Piramidi: la recensione del nuovo album di Germanò

Piramidi- Germanò

Il titolo è evocativo: “Piramidi“. Il secondo disco di Germanò per Bomba Dischi si compone di 10 tracce e risponde a un cambio di prospettiva, al rovescio dei pensieri freddi, alla coerenza del descrivere il qui e l’ora senza perdere una ritmica accattivante, quasi illusoria di una leggerezza che in realtà non c’è. Germanò rielabora la percezione dei rapporti, gli innesti umani in contesti vari eppure legati da un filo conduuttore impercettibile ma massicciamente presente: la solitudine. “Piramidi” è stato scritto e arrangiato in solitaria, sono poche ma tangili le variazioni strumentali con cui Germanò prova a innescare un cambiamento nella propria linea melodica costellandola di synth e richiami  alla disco music. Germanò scrive in terza persona senza mai scindere la propria anima dalle vicende narrate, sceglie di ispirarsi alla narrativa di Lou Reed senza rinunciare all’immancabile richiamo alla poesia del cantautore Enzo Carella, all’universo di Battiato, alle ritmiche di Riccardo Sinigallia. Il cantautore si affida all’istinto, alla perentorietà dell’esperienza empirica, attiva la percezione dei sensi e ne condensa il senso attraverso frame di immagini definite. Spiccano nella tracklist “Friends Forever”, “Dov’è che mi fa male”, “Stasera esco” e la titletrack “Piramidi”. Tutto e l’opposto di tutto convivono in canzoni che sfidano l’incertezza della vita, dei rapporti, delle prospettive ma che dimostrano sete di cose nuove e fame di vita vera.

Raffaella Sbrescia

Video:

Tracklist

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Che vita meravigliosa: intervista a Diodato e recensione dell’album

Diodato

Esce oggi “CHE VITA MERAVIGLIOSA” il nuovo album di DIODATO, vincitore del 70° Festival di Sanremo con il brano “Fai Rumore”. In questo lavoro l’artista mette in luce anime diverse e allo stesso tempo complementari. La scrittura cinematografica di Diodato offre l’opportunità di vivere frame di vita vissuta ma anche di immergersi in riflessioni sociologiche di un certo spessore.

A due anni di distanza da “Cosa siamo diventati”, Diodato si mostra particolarmente lucido, ispirato e coinvolgente. In queste nuove 11 canzoni, ci sono passioni e fragilità, amori, solitudini, cadute e rinascite senza mai perdere di vista i rapporti tra esseri umani e le relative barriere invisibili che contraddistinguono un’epoca quanto mai controversa come quella che stiamo vivendo.

Videointervista a Diodato:

Il fatto che Diodato abbia vinto non solo il Festival di Sanremo ma anche il Premio della Critica “Mia Martini”, il Premio della Sala Stampa Radio, Tv e Web “Lucio Dalla” e il Premio Lunezia per il valore musical-letterario di “Fai Rumore”, rappresenta la tangibile testimonianza di un riconoscimento artistico unanime. Antonio Diodato si contraddistingue per aver liberamente scelto di essere un perenne viaggiatore, un navigante felicemente disperso ma mai così a fuoco come adesso. La sua ricerca di verità nascosta nelle persone e nelle cose si rivela in tutta la sua luminosa bellezza all’interno dei suoi testi. Se a questo aggiungiamo il prezioso e fertile contributo musciale del noto produttore discografico Tommaso Colliva per la realizzazione dei nuovi arrangiamenti, tanto ricchi, quanto variopinti e strutturati, capiamo perché possiamo definire “Che vita meravigliosa” come l’affresco estemporaneo dell’essenziale invisibile agli occhi ma percepibile dal cuore. La fragilità, la caduta, il fallimento, la riflessione, la rinascita, l’indagine e la riflessione sono gli assi nella manica di un artista apparentemente malinconico ma estremamente innamorato della vita. L’impegno di Diodato è quello che ci serve per reagire, per riaccendere l’emotività, per cedere all’input evocativo di una voce forte, nitida, avvolgente. Che siano baci o altissime e fragorose onde, ascoltando Diodato non possiamo far altro che abbandonarci felicemente a questo flusso di coscienza vorticoso e sì, meraviglioso.

Raffaella Sbrescia

Nel 2020 Diodato sarà live per la prima volta all’Alcatraz di Milano (22 aprile 2020) e all’Atlantico di Roma (29 aprile 2020) e il 16 maggio rappresenterà il nostro Paese all’Eurovision Song Contest nella città di Rotterdam.

Cosa faremo da grandi? La recensione del nuovo album di Lucio Corsi

Lucio Corsi

Lucio Corsi

“Cosa faremo da grandi?” è il titolo del nuovo lavoro discografico del cantautore Lucio Corsi. L’immaginario di questo giovane artista di Castiglione della Pescaia si destreggia tra allegoriche visioni e metaforiche trasfigurazioni di suoni, immagini, ricordi, concetti, personaggi rappresentati in modo originale e fiabesco. Le 9 ballate che compongono l’erede di “Bestiario musicale” si snodano tra sonorità figlie del glam rock anni ‘70 con il prestigioso contributo di Antonio “Cooper” Cupertino alla co-produzione e di Francesco Bianconi, sempre più magister user di mellotron, prophet, moog, cori, acme siren. Da cantastorie a cantore del surreale, Lucio Corsi si distacca dalla contingenza e dalle tendenze che scorrono frenetiche per mettere in evidenzia un modo di esprimersi e raccontare tutto personale. Le canzoni prendono vita da spunti autobiografici per poi evolversi in riflessioni profonde mascherate da liete novelle. La prospettiva di ascolto è una visuale molto ampia, e lo diventa sempre di più se chi si trova ad ascoltare questo disco è un sognatore, uno ricco di spirito. Si parte dalla title track, concepita tra le rive di Castiglione della Pescaia, per descrivere uno stile di vita peculiare in cui si festeggiano più le partenze che i traguardi, in cui si può smontare tutto ciò che si è fatto per ripartire serenamente verso altre avventure. Il viaggio continua passando tra le evoluzioni sonore di “Freccia bianca” in cui fanno capolino gli echi delle chitarre elettriche tipici del glam rock anni 70 e ispirati a Brian Eno, ai Roxy Music, ai T. Rex. Suggestivi anche i cambi di prospettiva di “Trieste”: l’effetto del vento cambia a seconda di dove si va: se giriamo le spalle e cambiamo direzione, il vento diventa spinta e non è più un freno. E così andare, la narrazione del disco diventa un cortometraggio a colori e si arriva alla figlia del surrealismo puro “Big buca”. La canzone è la messinscena di un’impresa in cui il bambino, protagonista del brano, non lascia nulla al caso: si porta l’aria se non c’è, l’acqua se manca, calcola la forza del vento, tutto per attuare l’agognato piano di arrivare in Cina, dall’altro lato della Terra, e scoprire se il cielo sia un tetto o meno. Magici e commoventi i versi e gli arpeggi di “Amico vola via”. Il racconto armonico si chiude con l’immaginifica “La ragazza trasparente”, una canzone d’amore aulica dedicata a una donna partorita dalla mente di un giovane uomo pronto a sorprendersi e a regalare sogni, quale è Lucio Corsi.

Raffaella Sbrescia

Storm and drugs: Dardust chiude la trilogia ispirandosi all’estetica del sublime. Intervista

dardust

Esce oggi S.A.D. “Storm and drugs” il nuovo album nonché ultimo capitolo della trilogia discografica di Dario Faini, in arte Dardust. Muovendosi sul filone nord europeo lungo l’asse Berlino-Reykjavik-Edimburgo, il pianista, autore e produttore mette in campo tutta la sua poliedricità dando libero sfogo a turbe personali, influenze filosofico culturali, ispirazioni strumentali all’interno di uno scenario musicale apocalittico che non conosce limiti e mezze misure.

Tempeste emozionali attraversano questo progetto strumentale che prende spunto dalla corrente tedesca di fine ottocento denominata “Sturm und Drang”. Come nei quadri di Friedrich, l’ascoltatore diventa parte integrante dell’ascolto attraverso scenari e sonorità improvvise e inaspettate. Dardust affronta la tempesta dall’interno in modo ambizioso, complesso, ricco, vorace. Il risultato finale è la catarsi, altresì interpretata come riscatto, rinascita. La paura e l’estasi si sublimano in un vortice perturbante, così come viene elucubrato all’interno della critica del giudizio di Kant.

Le tante esperienze dal vivo e gli scambi artistici che ho avuto modo di intraprendere dall’uscita di “Birth” nel 2016 ad oggi, mi hanno reso una persona diversa. Ho affrontato un processo di maturazione molto veloce, ho attraversato periodi complessi e difficili ai quali ho reagito affidandomi alla musica, lasciando che le mie percezioni si muovessero senza pressioni e senza particolari prospettive. Il messaggio di questo lavoro è proprio quello di abbattere le barriere, affidarsi all’inconscio e lavorare con passione. Ogni volta che riascolto l’album si riaccendono in me le stesse emozioni con cui l’ho concepito, questo accade perché ho lavorato con onestà creativa, senza deviazioni o compromessi mantenendo il controllo del lavoro seguendo ogni singolo dettaglio personalmente.

Tra tutti i brani del disco, STURM II è il più emblematico e il più ambizioso. Ci sono tante modulazioni, riferimenti alle colonne sonore che ho amato:da John Carpenter a John Williams, i compositori preferiti da Liszt a Beethoven, influenze sudamericane, percussioni, beats improvvisati. Il brano è un crossover molto particolare nato in modo spontaneo, parte in modo oscuro per raggiungere una catarsi finale che considero liberatoria. La mia drug è la creatività, la musica ha tirato fuori in maniera colorata quello che avevo dentro e lo ha fatto in maniera veloce guarendomi. In “Beatiful solitude” raggiungo la pace che segue la tempesta. Ora pian piano ricomincio a cercare nuove energie e a voler scoprire qualcosa di nuovo. Sono in fase di totale rinascita e, al netto di questo piccolo bilancio, sono sempre più convinto che bisogna fare le cose di cui ci si appassiona senza pensare forsennatamente al risultato. Mi piace pensare che se c’è qualcosa che viene fatto con onestà e passione, quella emozionalità intrinseca dovrà per forza di cose arrivare a qualcuno. Quando lavoro ai progetti pop sono un compagno di viaggio, quando lavoro da solo mi assumo i miei rischi e mi lancio nei miei studi captando energie.

I concerti che si terranno a breve, saranno un upgrade dello spettacolo live che ho ideato. Il concerto resterà diviso in due atti ma ci saranno dei colpi di scena con cui mi presenterò al pubblico europeo per sorprenderlo. La formula della dualità rappresenta la mia doppia anima per cui la parte acustica e quella elettronica sono destinate a convivere.

Nel frattempo ci sarà il mio zampino anche al Festival di Sanremo: i brani di Elodie e Rancore a cui ho lavorato mi hanno stupito entrambi per motivi diversi. Non si tratta di canzoni facili, hanno bisogno di diversi ascolti per sedimentarsi senza mai annoiare chi li ascolterà. D’altronde questa è la mia sfida: i brani che durano di più sono destinare a rimanere”.

Raffaella Sbrescia

La tracklist del disco:

Sublime

Prisma

Storm and Drugs

Without You

Ruckenfigur

S.A.D.

Sturm I – Fear

Sturm II – Ecstasy

Beautiful Solitude

 

 

Brunori Sas presenta Cip! “Dalla disillusione recupero l’incanto attraverso il canto”.

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Cip! è la nuova creatura discografica di Brunori Sas. L’artista sceglie di rimettere l’uomo al centro della narrazione contemporanea per una visione d’insieme più spirituale e meno legata alla realtà strettamente contingente. Dario Brunori mette in campo il suo sentire attraverso un’attitudine poetica, traduce musicalmente argomenti sensibili. Il progetto si muove in modo compatto verso questa direzione e lo fa a partire dalla copertina realizzata da Robert Figlia: il ritratto di un pettirosso. Brunori scrive canzoni in cui buona volontà, tenerezza, difficoltà, pazienza e denti stretti si alternano perseguendo l’obiettivo di essere buoni senza sentirsi al contempo coglioni.

Il cantautore sceglie di scrivere in modo più poetico e meno prosaico prediligendo argomenti di ordine etico e filosofico con il piglio del poeta. Non parla in modo diretto di stretta attualità o di argomenti sociali, presta attenzione al suono della voce, al come racconta le cose più che al cosa. Il cantautore osserva l’armonia degli attriti, analizza la costante lotta tra gli opposti, esprime una costante tensione verso la spiritualità cercando di cantare una sorta di religiosità laica: perseguendo l’etica di chi non crede in Dio ma che si comporta come se ci fosse. Il tutto attraverso arrangiamenti sostenuti e ricchi di vitalità realizzati pensando ai contesti in cui saranno suonati. E il contesto quest’anno saranno i palazzetti dello Sport di tutta Italia, una nuova avventura live vedrà Brunori Sas protagonista del palco accompagnato come di consueto dalla sua storica band con una prestigiosa novità: una sezione brass diretta da Mauro “Otto” Ottolini.

Brunori Sas ph Leandro Emede

Brunori Sas ph Leandro Emede

“In questo disco ho voluto raccontare dell’amore universale, di tutto ciò che tiene insieme le persone e le cose. Vivo un tempo che mi impone il tempo della macchina, sono costretto ad andare veloce. Cerco di resistere alla obsolescenza programmata dei sentimenti, racconto la difficoltà di mostrare le cose hanno le rughe. In tutto il disco, ma in generale nella mia scrittura, c’è una forte tensione spirituale. Recupero il fanciullino che è in me perché sento che è quello che dovremmo fare un po’ tutti noi. Il problema di oggi non è solo politico e sociale ma poetico. Cerco quindi di bilanciare gli estremi. Mi sono reso conto che ho cantato cose di cui magari in passato mi sarei vergognato e che avrei stemperato in modo ironico. Dalla disillusione recupero l’incanto attraverso il canto.

Uno degli stimoli principali del disco nasce dalla sindrome della veduta d’insieme e dalla considerazione del proprio essere a tempo determinato. Una prospettiva diversa per non sentirmi fesso a perseguire il bene e per cercare di capire il nostro ruolo nel creare armonia e vitalità. Sento la necessità di trovare in quello che vedo una forma di accettazione, questo implica evitare di perdere tempo a cercare di modificare quello che è così, suggerisco una serie di elementi che ci facciano riconciliare con ciò che è brutto ma necessario con l’obiettivo di perseguire una forma di spiritualità.

Non si può giocare con il cuore della gente, non si deve bluffare o anteporre se stessi davanti a tutto il resto né tantomeno vergognarsi a esprimere una parte spirituale. Dobbiamo cercare di essere dei segnali stradali per dare delle indicazioni. La scrittura per me è clandestina e solitaria. Nonostante questo, ho avuto la fortuna di trovare in Antonio Di Martino un artista che non solo mi ha aiutato nella stesura testuale ma mi ha fatto anche da specchio in cui riflettermi. Di lui mi fido al 100%, insieme abbiamo scritto “Quelli che arriveranno”, “Aldilà dell’amore”, “Capita così”. Per me che sono un procrastinatore compulsivo, scrivere in un tempo rapido è la più grande sfida. Ho cominciato a lavorare al disco ad aprile con la consapevolezza di rivolgermi a un mondo rapido, i mutamenti possono rendere subito obsoleto quello che scrivi per cui questi brani parlano di un tempo meno definito. Ho registrato il disco in tanti posti diversi tra Calabria, Officine Meccaniche di Mauro Pagani e Casa degli Artisti a Milano.

Dei miei 5 album, ritengo questo come 1bis, per il mio tentativo di recuperò dell’ingenuità dei primi tempi, di quello sguardo limpido . Non so se sono stato capito, il riscontro delle persone mi fa pensare a una sintonia che va oltre il sentire. Ho cercato di trattare queste tematiche non con il piglio dell’accademico ma con il guizzo del poeta. D’altronde questo fa la scrittura: si tuffa negli abissi personali e illumina con una torcia tutte le creature immerse. Sono felice che ci sia stato un percorso che mi ha assecondato nei tempi e nei modi, non ho mai inseguito il pubblico, l’idea iniziale era raccontare per me, per darmi dei promemoria, poi ho cominciato a reagire all’introversione. Ho creato intorno a me l’idea che non ci sia differenza tra Dario e Brunori Sas. Non vivo con il patema d’animo di perdere tutto questo, andrei contro quello che scrivo”.

 Recensione:

Il disco si apre con Il mondo si divide, una canzone leggera, immediata, costellata di contrasti, che ci invita a riflettere su quanto si stia scomodi in bilico tra la decisione giusta e quella più conveniente. Capita così è un brano prezioso perché scomodo. Racconta di come ci si trova a dover reagire di fronte agli eventi della vita, al sentirsi piccoli, impreparati, scontenti, insoddisfatti. Ecco che Brunori trova l’antidoto: l’accettazione non è più rassegnazione, si trasforma nella capacità di considerare la propria vicenda umana in modo del tutto ridimensionato.  Per curare noi stessi potremmo partire dal prenderci cura dei nostri cari, scrive Brunori in Mio fratello. Picchi di spiritualità vengono raggiunti in Anche senza di noi perseguendo quello spirito di accettazione precedentemente accennato. La canzone che hai scritto tu: è un regalo autentico. Un dono puro, semplice di note, di parole, di intenzioni. Al di là dell’amore è il singolo che ha unanimemente convinto tutti del fatto che il ritorno di Brunori sarebbe stato all’altezza delle aspettative. Il canto si apre con un messaggio etico, si interroga sull’eterno contrasto tra Bene e male attraverso un linguaggio dapprima sarcastico e spazientito per poi virare verso l’alto distanziandosi dal contingente per abbracciare un’etica intuitiva che prescinda da torti, ragioni, ideologie e punti di vista. Bello appare il mondo: Brunori ancora una volta ci invita a non fissarci su ciò che non si può cambiare. Benedetto sei tu: è una preghiera laica che persegue un risveglio non solo metaforico. Per due che come noi: è un brano d’amore sincero che si tiene in piedi nonostante il soffio del vento e le difficoltà della vita quotidiana. Fuori dal mondo: Brunori mette in piazza il suo essere un pesce fuor d’acqua con un ritmo accattivante e stralunato. Il brano vuole essere l’inno dei sognatori che non smettono mai di vedere il mondo a colori. Il disco si chiude con Quelli che arriveranno: un’elegia per pianoforte e voce. Un brano struggente in cui il protagonista è Achille, un bambino che non potrà vivere ma che, nonostante tutto, accetta la fine come forma di fiducia per quello che arriverà.

Raffaella Sbrescia

Cremonini 2C2C The Best of: il passato, il presente e il futuro di Cesare Cremonini

Cesare Cremonini

Cesare Cremonini

Cesare Cremonini è all’apice della sua carriera e si sente. Alla vigilia della pubblicazione di “Cremonini 2C2C The Best of”, l’artista appare fulgido e consapevolmente fiero del proprio percorso artistico. Un presente mai così a fuoco come adesso per il cantautore bolognese che offre su un piatto d’argento il fulcro del suo repertorio senza omissioni e con tanta carne al fuoco. Questo progetto esce in un periodo affollato ma non si tratta di una semplice raccolta discografica. Cremonini pubblica ben 6 inediti, di cui 5 sono brani cantati e uno è un capolavoro strumentale di caratura importante. Sono brani che rivelano un linguaggio trasparente e un’anima coerente. Un artista mai fermo al palo, Cremonini crede nella musica e nella relativa potenza sia semantica che immaginifica. Il suo obiettivo è guardare la realtà in controluce e, nel farlo, mette insieme pezzi inediti, le hits di una vita, i brani strumentali più ispirati, le interpretazioni per pianoforte e voce live più significative, demo originali mai pubblicati, le rarità dimenticate in un cassetto. Tutto prende forma nel percorso orizzontale di Cesare Cremonini che si è sempre imposto come finalità ultima quella di arrivare alla gente solo attraverso le canzoni. Il raccolto è florido, abbondante e di qualità ma non è una summa; Cesare è nel bel mezzo del cammino e, a ridosso dei 40 anni, ha ancora tante pagine da scrivere. A giudicare dalle premesse saranno pagine ricche, fitte e tempestose. Lo si percepisce dalla foga e dalla grinta con cui lo stesso artista si racconta alla stampa.

La struttura dei brani è variabile, la musica va ascoltata dall’inizio alla fine, mi fido di un pubblico che sa farsi accompagnare dalle canzoni, non seguo gli stereotipi della musica pop. Sono diventato sempre più severo con me stesso nel corso del tempo ma finalmente mi sono perso nella vita, mi sono finalmente reso conto che nessuna burrasca ti può uccidere. Questo è un ottimo buon momento per scrivere e canzoni. Ne ho pubblicate solo 6 perché era letteralmente scaduto il tempo utile che avevo a disposizione in occasione della pubblicazione di questo best of. Sono brani estremamente a fuoco su di me, tutti decisamente autobiografici e scritti con la necessità di raccontarmi in modo nitido e preciso. Sono al centro di un processo evolutivo, mi piacere scovare strade alternative, tenere in equilibrio il percorso compositivo con quello legato al mondo live. Il mio è un inchino al pubblico, alla mia vita passata, a quello che ho vissuto, ho trovato il modo di posizionare nella libreria quanto avevo fatto per andare avanti con leggerezza e perseguire la mia ossessione non omologarmi e vivere fino in fondo il brivido del rischio. Non sono un nostalgico, mi pongo in modo curioso verso il futuro e anche per quanto riguarda il tour che verrà sarò felice di mostrare il valore aggiunto dato dalla grande varietà di generi musicali che negli anni ho sperimentato. Sto cercando la strada migliore per offrire al pubblico qualcosa di nuovo, diverso, interessante. Non mi sento arrivato, continuo a inseguire la musica e il live sarà un ottimo motivo per sentirmi vivo, creativo, competitivo. Sono abituato a lottare e non vedo l’ora di rimettermi nella grande mischia della vita.

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Lo slancio emotivo, la freschezza, la voglia di ricerca e sperimentazione sono i cardini lungo i quali si muove la penna del cantautore che non smette mai di sottolineare quanto abbia contato per lui il ruolo di guida manageriale di Walter Mameli. Cesare Cremonini tira le fila del passato, traccia una riga sull’epoca dei Lunapop, ripercorre le tappe di una giovinezza vissuta a pieno titolo, ripercorre le scoperte musicali ed esistenziali, svela le difficoltà di un tempo con la casa discografica Warner Music, la tentazione di cedere a qualche collaborazione artistica, racconta il divertimento nel ruolo di attore ma soprattutto sottolinea la passione e il pathos del lavoro in studio. Quello spasmodico lavorìo cerebrale che ama vivere lontano da tutto e da tutti. Eppure ci sono delle eccezioni. C’è Ballo, l’amico e collega di una vita e poi c’è l’autore Davide Petrella, l’unico con cui Cesare Cremonini è riuscito a instaurare un rapporto e un metodo di lavoro prolifico e qualitativamente significativo.

A conclusione di questo discernimento, la morale è che Cremonini lavora alacremente con l’intento di alzare ogni volta l’asticella per tracciare un segno nel panorama musicale italiano. L’evoluzione della sua poetica lo dimostra in modo emotivamente importante mentre la controprova tangibile sono e resteranno le performances live di un animale da palco. Un uomo che vive il pubblico con anima e corpo, in modo viscerale e totalizzante. Sono questi gli elementi che formulano il glossario per un artista di spessore, uno che non ha avuto tutto subito, uno che ha costruito in modo artigianale ogni segmento della propria credibilità artistica. Questi i riferimenti per chi vorrà essere presente al vicino tour negli stadi in cui ci sarà da emozionarsi sì, ma anche da godere nel vero senso del termine; ça va sans dire.

Raffaella Sbrescia

Microchip Temporale: i Subsonica celebrano il disco più famoso in modo creativo.

subsonica-microchip-temporale

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I Subsonica sono fonte continua di ispirazione. Singolarmente o in gruppo, i magnifici 5 conoscono i segreti più reconditi del suono e da 20 anni a questa parte infiammano i palchi senza soluzione di continuità. In occasione del ventennale di Microchip emozionale, il gruppo torinese ha pensato bene di studiare una formula che potesse distanziarsi da qualunque operazione nostalgia. Ecco dunque Microchip temporale, un salto nella contemporaneità con dei testi che hanno segnato forse un paio di generazioni. Per farlo, i Subsonica hanno lavorato in studio insieme a una manciata di colleghi selezionati per coerenza generazionale e di percorso artistico, creando sinergie ad hoc e mini rivisitazioni lasciando fluire il progetto senza preconcetti e spesso affidando i brani letteralmente chiavi in mano ai colleghi.

Copovolgendo la prospettiva, i Subsonica si sono guardati dall’esterno, hanno cercato e trovato nuovi intrecci e spunti per la musica che verrà. Il progetto chiude il cerchio e dimostra che i Subsonica non sono puristi e non considerano la musica intoccabile, anzi. Questo progetto non poteva essere un tributo né un omaggio, vuole essere bensì un modo per avere accesso ad altre menti creative, esattamente così come avveniva negli anni ‘90. Stima, amicizia, mutuo scambio sono i cardini che hanno scandito le collaborazioni che attraversano questo progetto. Il valore aggiunto di Microchip temporale sta nel fatto che offre al pubblico e alla band stessa degli spiragli di futuro. Suoni contaminati, innesti urban, intrecci ritmici spezzati, complessità ritmiche che costruiscono un beat ipnotico e trasgressivo.

MICROCHIP TEMPORALE

Ai Subsonica piace scardinare le regole dei suoni mainstream, traducono gli stimoli, seguono le evoluzioni del suono da distanza ravvicinata e le fanno proprie donando loro identità e carattere.

Nel disco sono diversi i pezzi ben riusciti. Si va da Sonde in cui Willie Peyote attualizza il testo in modo efficace e incisivo senza strafare. La sua affinità con il mondo subsonico era già stata approvata in occasione della collaborazione nell’album Otto, qui il connubio è rodato e consolidato.

Tra i best performers annoveriamo senza dubbio Cosmo per Discoteca Labirinto. Dopo vari esperimenti, il suo è un risultato dal peso specifico importante e di sicuro successo. La scarnificazione di Tutti i miei sbagli a vantaggio dell’interpretazione di Motta è uno degli episodi più criptici e sinuosi dell’album mentre le scelte più deboli sono quelle di Elisa in Lasciati e de Lo Stato Sociale in Liberi tutti. Outsider di tutto rispetto sono i Fast Animals and the Slow Kids in Albe Meccaniche che diventa un pezzo di stampo industrial. Convincente aldilà delle aspettative anche M¥SS KETA in nell’iconica idiosincriosia di Depre.

Raffaella Sbrescia

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